WELCOME TO THE POST-ANALOG CONDITION*
Joseph Grima

The Awakening. 

L’immobilità come grande esercizio collettivo di civiltà e rispetto per tutto quello che verrà poi.

Joseph Grima, credit Boudewijn Bollmann/Design Academy Eindhoven

Welcome to the post-analog condition* è un nuovo appuntamento online del Circolo del Design di Torino che intende stimolare una riflessione condivisa in relazione ai recenti fatti di attualità legati ai contagi da Coronavirus in Italia. Sara Fortunati, direttore del Circolo del Design, ed Elisabetta Donati de Conti, autrice e curatrice, dialogano con pensatori del mondo del design, per dar forma via via ad una raccolta di opinioni competenti che ci potranno aiutare a capire come gli improvvisi cambiamenti stiano lasciando il loro segno - o potranno lasciarlo in un prossimo futuro.

Joseph Grima, architetto e teorico, è il direttore del nuovo Museo Permanente del Design e curatore delle sezioni design, moda e artigianato della Triennale di Milano. È stato il più giovane direttore di Domus, direttore artistico di Matera 2019 e ha collaborato con molte biennali ed istituzioni internazionali. Da tre anni è direttore creativo della Design Academy Eindhoven e nel 2014 ha fondato lo studio di progettazione e ricerca Space Caviar.


Quale pensi sarà l'impatto generale di questo momento di grande chiusura fisica ma di totale apertura digitale?

Sono molto colpito dalle potenzialità positive di questo momento difficile. Non mi preoccupa particolarmente il fatto che tutto debba essere messo in stand-by e credo che la maggior parte di noi non stesse facendo nulla che non potesse aspettare due, tre o quattro mesi. Ciò che invece ci si sta aprendo di unico è la possibilità di esplorare altri modi possibili di vivere, di abitare, di coesistere su questo pianeta - un tema che ritengo al contrario molto urgente. Si tratta anche di un’opportunità estremamente rara, perché non mi viene in mente un altro momento nella storia degli ultimi sessanta o settant’anni in cui ci sia stato uno stravolgimento così profondo delle abitudini quotidiane delle persone, del modo in cui le città operano e del modo in cui interagiamo tra noi. È un episodio senza precedenti che possiamo considerare una specie di esperimento collettivo da cui imparare moltissimo.


A colpirmi molto è soprattutto il fatto che, prima ancora che il virus arrivasse in Italia e in Europa, hanno cominciato ad emergere dati dalla Cina che già verso l'inizio di febbraio suggerivano un calo delle emissioni di CO2 attorno al 25% nella regione interessata dai contagi. Oggi questa situazione è progredita e potremmo addirittura immaginare che il numero finale possa essere più alto, forse il 30-40%: un risultato incredibile. Basta guardarci intorno per capire poi che probabilmente anche le nostre emissioni sono scese in una certa misura ed è più facile comprenderne i motivi quando si vive in prima persona questi potenti cambiamenti. Considerando quindi il bivio davanti al quale ci troviamo, per cui dobbiamo fare qualcosa di drastico per far fronte all'emergenza climatica, credo che involontariamente siamo stati posti davanti ad una soluzione: dobbiamo tutti stare più fermi. Dobbiamo fare di meno e strutturarci in maniera tale che la nostra qualità della vita sia il frutto di momenti di condivisione e non di consumo, perché attualmente viviamo sotto l’effetto dello steroide permanente del consumo sfrenato e l'arrivo del Covid-19 paradossalmente ci ha costretto a guardare in faccia una possibile realtà alternativa.


L’altro aspetto che mi sembra interessante è la dimostrazione che, quando una società democratica relativamente civile e matura come quella italiana viene messa di fronte a una scelta tra il lasciar morire una certa percentuale della sua popolazione e l’adottare, con delle rinunce, un comportamento più coordinato e responsabile, sceglie di fare un sacrificio collettivo. Questo significa che se le informazioni che ci vengono date sono chiare e decidiamo di affrontare la realtà, siamo anche capaci di prendere misure drastiche ed immediate. Il problema dell'emergenza climatica rispetto all'emergenza sanitaria attuale è che la prima si muove molto lentamente e la seconda no, ma l'esito di nessuna delle due è in dubbio. Il Covid-19 rischia di provocare la morte in circa 17 giorni da quando lo si contrae, e porta dunque con sé un messaggio che permette un'azione repentina; d’altro canto l'azione repentina sarebbe però più urgente sull'altro fronte: mentre un virus può, nelle prospettive peggiori, portarsi via il 10% della popolazione, il riscaldamento globale stroncherà il 100% degli uomini sulla Terra.

Dalla finestra di Joseph Grima

Si sta parlando molto anche del ruolo dei media nella percezione del rischio; in questo contesto anche il ruolo dei progettisti è cambiato? C'è una rinnovata responsabilità rispetto ai valori da veicolare?

Sostengo da tempo che il ruolo del progettista doveva già essere cambiato e oggi è ancora più urgente che cambi, perché progettare oggetti non è la sfida epocale dei nostri tempi. Così come nel dopoguerra gli architetti hanno ricostruito l'Italia, io credo che oggi, se si vuole immaginare qualcosa di utile, allora si dovrebbe riprogettare la nostra vita quotidiana in maniera consona alle nostre possibilità come specie. E purtroppo vedo pochi segnali che questo cambiamento stia avvenendo. Per esempio, alla Design Academy di Eindhoven, attraverso iniziative come Geo-Design – che è sia un master sia un ciclo di mostre – usiamo una scuola di design come piattaforma di investigazione e di ricerca su tematiche come la progettazione della vita collettiva e le problematiche che derivano dal vivere insieme su un pianeta dalle risorse limitate e non illimitate.


Avete lanciato una nuova open call per provare a raccogliere degli stimoli immediati dai vostri studenti rispetto alla situazione sociale causata dalla pandemia. Cosa ti aspetti che arrivi dai giovanissimi?

Spero che arrivino proposte molto coraggiose su come possiamo imparare da questa condizione e utilizzare questo grande esercizio collettivo di civiltà e di rispetto come esempio per agire su altri fronti emergenziali, non solo quello climatico ma anche quelli della disuguaglianza a livello globale, del disequilibrio tra nord e sud e tra segmenti ricchi e poveri della popolazione. Queste condizioni sono ormai insostenibili e sono frutto di almeno due secoli in cui hanno prevalso valori legati a una logica estrattiva rispetto all'ambiente naturale e alle strutture sociali. Questi valori si sono poi intrecciati così profondamente all'idea dell'economia di mercato da diventare universali ed esserci presentati come dei dati di fatto: mi piacerebbe proprio che venisse messa in dubbio questa loro ineluttabilità e che si immagini un'alternativa, perché sarebbe un segnale di grande speranza e grande aspirazione.

Pensi che si stia formando una nuova consapevolezza rispetto agli spazi che abitiamo, sia quelli intimi sia gli spazi pubblici, e che ora possano venir caricati di significati completamente nuovi?

Assolutamente sì, penso che questo momento di riscoperta della casa e della famiglia – anche se la convivenza non è sempre semplice - rappresenti un'occasione di ritorno e di riflessione fertile sulla sfera domestica. È la prima volta che siamo costretti a vivere così intensamente le nostre abitazioni, ma è anche la prima volta che lo facciamo in presenza di connessioni e di reti digitali: un fatto che rende questa circostanza ancora più unica e interessante, molto diversa da come avremmo potuto viverla anche solo vent'anni fa.


Come pensi potrà essere descritto questo momento tra dieci anni o cento anni?

Sarebbe molto bello che fosse ricordato come “The Awakening”, il risveglio. Credo sia una delle esperienze più profonde e più sconvolgenti, anche in senso positivo, che abbia mai provato. Faccio un paragone: così come in Svizzera si può fare servizio civile non solo a diciotto anni, ma periodicamente durante la vita, credo che anche noi potremmo adottare una strategia simile ed istituire il momento stand-by, quello che potremmo chiamare festìna lente, il motto di Cosimo I de Medici, che vuol dire “affrettarsi lentamente”. Questo è un periodo di un lento affrettarsi che potremmo ripetere ogni anno, oppure ogni cinque o dieci anni in cui, un po' come nei giorni delle targhe alterne: tutti devono inderogabilmente stare a casa. Forse anche senza particolari divieti, ma un momento in cui spontaneamente, ai fini di controbilanciare i nostri impulsi di sovraconsumo collettivo, ci rinchiudiamo e trascorriamo un periodo di grande valore, abbandonando gli spostamenti e la frenesia generale.


A proposito delle istituzioni culturali, che ormai non sono solo un luogo divulgativo, ma anche una forma di intrattenimento e un modo per passare del tempo fuori da casa, secondo te quali opportunità può offrire loro questo momento?

I canali digitali si stanno rivelando importantissimi in questo senso. Nel caso della Triennale non abbiamo ampliato le nostre offerte quotidiane, che sono delle piccole iniziative che possono aiutare a passare il tempo e danno il segnale che siamo comunque attivi. Penso ad operazioni più ampie come quella dell'Opera di Vienna, che ha messo online gratuitamente tutte le sue registrazioni dei concerti passati, e in questo senso abbiamo di fronte anche una straordinaria opportunità per mostrare generosità.

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Welcome to the post-analog condition è una citazione dal libro The Age of Earthquakes. A Guide to the Extreme Present, un saggio grafico e visivo sulla società contemporanea che Shumon Basar, Douglas Coupland e Hans Ulrich Obrist hanno pubblicato seguendo l'esempio di The Medium is the Massage, scritto 50 anni prima da Marshall McLuhan sull'influenza della tecnologia sulla cultura. Un libro visionario che fa luce sull’ “estremo presente” plasmato da internet, mentre il pianeta e la società chiedono aiuto.